La Sardegna non deve diventare una colonia energetica

Il 2020 doveva essere l’anno della transizione energetica, in Sardegna doveva essere l’anno dell’addio al carbone e del passaggio al – non proprio ecologissimo – gas naturale, ma è stato l’anno del Covid, delle chiusure e della riduzione di consumi che ha portato al paradosso del petrolio quotato a -40$ il barile.

Il 2021 è stato l’anno post lockdown, il mondo si preparava ad una ripresa economica e le grandi fabbriche mondiali ripresero a produrre andando alla ricerca spasmodica di materie prime di cui erano diminuite le estrazioni ma, come ben sappiamo, la scarsa offerta e la grande domanda hanno portato i costi alle stelle ed ecco che da gennaio 2021 tutti i prezzi hanno iniziato una cavalcata verso l’alto e, come si può facilmente intuire, in concomitanza con le materie prime hanno cominciato a salire anche i prezzi di mercato dei materiali energetici (carbone +145%, gas +300%, petrolio +60%). Gli effetti di questa corsa alle risorse li abbiamo tangibilmente subiti nelle bollette di energia elettrica e gas con aumenti intorno al 120%, questi aumenti sono arrivati in concomitanza dello scoppio di un conflitto – portato in dote dal 2022 – che mette a confronto due tra i principali produttori di grano, mais e girasole e ha dato il via anche all’aumento dei prezzi di beni primari come olio e farine.

Questa è l’evoluzione del mondo che partiva, nel 2020, da un tentativo di processo di decarbonizzazione per ridurre i gas serra ma Progetu Repùblica ritiene che, in questo tsunami generale, occorra non perdere di vista la nostra Nazione.

In Sardegna il tema dell’energia è un nervo scoperto da anni, messo in evidenza quando – nel 2003 – tutta  Italia rimase al buio rendendosi conto che nell’isola non si spense nulla; questa peculiarità sarebbe dovuta essere nota già dagli anni ’60 quando alla costruzione della centrale elettrica a carbone di Portovesme, sovradimensionata per le necessità sarde, fu immediatamente affiancato l’elettrodotto SaCoI (Sardegna – Corsica – Italia), concepito per esportare in Italia la corrente prodotta in eccesso sulla nostra isola. Con questo sistema la Sardegna produce, l’Italia consuma mentre i sardi – non si capisce bene per quale meccanismo – pagano le forniture energetiche più care rispetto al resto dei cittadini italiani avendo come bonus, forse perché qualcuno si doveva pur sacrificare per lo sviluppo dello Stato italiano, l’inquinamento sul proprio territorio.

Negli anni i fabbisogni elettrici sono mutati: sono state create altre centrali termoelettriche, è stato potenziato il collegamento SaCoI tramite il quale la Corsica in cambio della servitù di passaggio ha ottenuto la possibilità di prelevare sino a 50MW, e si sono sviluppate le tecnologie per la produzione di energia rinnovabile; per la Sardegna le rinnovabili avrebbero dovuto essere una manna dal cielo essendo l’isola baciata dal sole ed accarezzata dal maestrale per buona parte dell’anno. Sin da subito i grossi capitali hanno intuito le potenzialità delle rinnovabili: nel sud Italia e nelle isole sono piovute le richieste di installazioni; in Sardegna per permettere la transizione verso le rinnovabili si sarebbero dovute chiudere le centrali termoelettriche, cosa che la poca stabilità dell’energia prodotta dal vento e dal sole non ha permesso.

In questo frangente, “Terna – Rete Elettrica Nazionale S.p.A.” è arrivata nuovamente in soccorso degli affaristi del “green”, tramite la collaborazione dello Stato italiano, con il nuovo elettrodotto SaPeI (Sardegna – Penisola – Italia) che non passa più dalla Corsica – forse per la loro “strana” pretesa di avere una tornaconto  in cambio della servitù di passaggio – e, dopo il completamento del “cavo dei record”, sono spuntate come funghi anche nell’isola le richieste e le installazioni di mega parchi eolici e serre fotovoltaiche: in circa 15 anni sono stati installati in Sardegna impianti per 2500 MW (di cui 870MW da solare e 1050MW da parchi eolici solo per quanto riguarda i grandi impianti), con migliaia di ettari di terreno fertile occupato, che sono andati a superare la potenza delle centrali termoelettriche presenti nell’isola (600MW dalla Sarlux, 700MW dal carbone di Fiume Santo, 320MW da Portovesme), col picco massimo dei consumi che, ricordiamoci, in Sardegna arriva a 1400MW.

Facendo i conti della serva i nostri consumi sono interamente coperti dalle centrali termoelettriche mentre la produzione di energia rinnovabile – che risulta circa il 40% del nostro fabbisogno – è totalmente in surplus, quindi esportata o dispersa, e a questo conto manca probabilmente tutta l’energia non prodotta per non creare problemi alla rete di distribuzione.

In questi anni abbiamo constatato che lo Stato italiano ha impedito ai Comuni di contrattare con le aziende che hanno impiantato i mega impianti energetici imponendo un massimo remunerativo del 3% – ma la media si è assestata al 1% – con i successivi problemi relativi ad ipotetiche cause legali che hanno portato ad un’ulteriore contrattazione al ribasso pur di ottenere, per le comunità, almeno una minima rendita dalle installazioni sul territorio.

ProgReS – Progetu Repùblica nelle varie battaglie contro queste speculazioni ha sempre richiesto, almeno, un trattamento “a mesu ‘e pari” rispetto alle ricadute economiche sul territorio finalizzato alla suddivisione degli introiti generati, metodo da sempre utilizzato nelle campagne tra chi detiene un bene e chi ne usufruisce; in quest’ottica possiamo pensare a quanto avrebbero potuto guadagnare la RAS, i Comuni – e di conseguenza i sardi – dal vento e dal sole: oggi probabilmente saremo in una posizione di netto vantaggio rispetto a tantissimi Stati e Regioni, e avremmo potuto assorbire tranquillamente l’aumento di costi che si è verificato nell’ultimo periodo.

Un’altra stortura del sistema economico che riguarda l’energia è dovuto al fatto che il prezzo dell’energia prodotta da fonti rinnovabili è lo stesso di quello prodotto da fonti fossili nonostante il costo di produzione sia notevolmente differente perché non subisce l’aumento dei prezzi di mercato di gas e carbone quindi – in questo momento – i “signori del sole e del vento” hanno un extra guadagno perché stranamente lo Stato continua a favorirli a discapito dei cittadini e, dopo avergli regalato le risorse, gli permette di rivendere l’energia senza fissarne il prezzo che non dipende dagli sbalzi del mercato dei prodotti fossili; occorrerebbe in questo senso che il prezzo dell’energia prodotta dalle rinnovabili non fosse più accoppiato, come accade ora col meccanismo del marginal price, dal prezzo della fonte fossile più cara.

Lo Stato oggi si trova pressato dalla dipendenza energetica verso il gas russo e deve riprogrammare, ecco quindi arrivare in suo soccorso la “Colonia energetica di Sardegna”: il Governo italiano pensa di riprendere il progetto del GalSI (Gasdotto Algeria – Sardegna – Italia) programmato pensando all’Italia e non alla Sardegna, che ne subirebbe solamente il passaggio senza averne reali profitti e, inoltre, non programma la dismissione delle centrali a Carbone, ma data la fretta imposta dalle sanzioni verso la Russia ha approvato il DCPM Energia che per la nostra Isola prevede:

  • Realizzazione di un impianto di rigassificazione ad Oristano e due navi rigassificatrici a Porto Torres e a Portovesme;
  • Un richiamo generico alla produzione da fonti rinnovabili ed impianti di accumulo della stessa;
  • Un nuovo elettrodotto, il Tyrrhenian Link, che partirà dalla Sardegna per giungere in Italia passando dalla Sicilia;
  • L’unificazione del piano tariffario tra Sardegna ed Italia per quanto riguarda il metano.

Noi però non dobbiamo farci distrarre dalle necessità dell’Italia, rilanciate in ogni dibattito, ma dobbiamo tenere presenti i nostri interessi – che differiscono da quelli dello Stato – tenendo presente anche quello che è accaduto in questi 50 anni. Occorre quindi capire esattamente cosa significhi l’approvazione e la messa in opera di questi progetti per la nostra terra, in cui andremmo a produrre oltre il triplo del nostro fabbisogno – una pazzia colossale per un’isola che avrebbe la necessità di un’autoproduzione commisurata alle proprie esigenze – divenendo un’ottima batteria per l’Italia:

  • Le domande di produzione da fonti rinnovabili presenti per il suolo e i mari sardi sono di circa 8100MW che risulta essere oltre il triplo di quella attualmente prodotta da fonti rinnovabili (2500MW) e che copre già il 40% della nostra richiesta energetica: arriveremo così a produrre circa il 170% dei nostri attuali consumi di energia solo da fonti rinnovabili. Per fare questo dovremo sacrificare ulteriori migliaia di ettari coltivabili che, con l’andamento delle crisi di grano e mais, sarebbe meglio destinare alla produzione interna cerealicola;
  • Non verranno dismesse le centrali termoelettriche esistenti che continueranno ad inquinare i nostri territori e che producono già il 100% del nostro fabbisogno energetico;
  • Si installerebbero tre rigassificatori – di cui due navi metaniere – con capacità produttiva di circa 5 miliardi di metri cubi con cui (facendo un conto al ribasso) in Sardegna si lavorerebbero almeno 10 miliardi di metri cubi di Gas (attualmente il gas in arrivo dalla Russia in Italia è di 29 miliardi di metri cubi).
  • Con la creazione del nuovo elettrodotto – il Tyrrhenian link – e il potenziamento di quelli esistenti (SaCoI e SaPeI) secondo Terna la capacità arriverà a 7400 GWh.

A tutto ciò si aggiunge il “miraggio” – e il ricatto occupazionale – della riattivazione del polo dell’alluminio di Portovesme, senza che sia stata spesa nessuna parola sulla bonifica della catastrofe ambientale causata nel passato periodo di attività; si tratta comunque di uno specchietto per le allodole, dato che il prezzo del gas sarà alto e la produzione di alluminio sarà comunque non conveniente.

Progetu Repùblica è totalmente contrario a questi provvedimenti che sanciscono definitivamente che la Sardegna diverrà il luogo dove produrre l’energia necessaria per l’Italia; per questo motivo e in questo fondamentale passaggio per la nostra Nazione riteniamo di fare queste proposte:

  1. Programmazione della dismissione delle centrali termoelettriche presenti e sostituzione con comunità di autoconsumo con accumuli bilanciati alle nostre esigenze.
  2. L’energia prodotta da impianti rinnovabili collegati alla rete deve essere tariffata differentemente da quella prodotta da fonti fossili e non soggetta a nessun aumento.
  3. Una quota di energia prodotta dai grandi impianti da fonti rinnovabili deve essere auto-consumata in loco ed istantaneamente.
  4. Lo sfruttamento di sole, vento o di qualsivoglia altra risorsa – come il resto dei beni comuni quali acqua e terra – sia adeguatamente compensato alle comunità.
  5. Ribadiamo la nostra contrarietà al metano come fonte di energia per l’isola: siamo fuori tempo massimo e ci troveremo ad entrare nel mercato del gas quando è chiarissimo che quella risorsa sarà antieconomica oltre che poco compatibile ecologicamente.
  6. Chiediamo che siano finanziati impianti rinnovabili di autoproduzione per le aziende energivore esistenti, che sia facilitata la creazione di comunità energetiche, che siano riattivate le centrali di produzione idroelettrica e sfruttate anche come sistema di accumulo.
  7. Chiediamo che sia bloccata la costruzione e l’ampliamento degli elettrodotti esistenti.
  8. Progetu Repùblica ritiene che la nostra terra servirà per produrre beni di prima necessità, pertanto chiede che sia vietato l’utilizzo dei terreni agricoli per la creazione di nuovi parchi eolici\fotovoltaici e che – per quelli esistenti – sia pretesa un’assicurazione congrua per coprire lo smaltimento degli impianti installati pena la confisca da parte della RAS degli impianti stessi.

ProgReS – Progetu Repùblica de Sardigna

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