La Sardegna è stata usata dall’Italia come una discarica di rifiuti militari cancerogeni

(L’intervista è stata pubblicata originariamente il 2 gennaio 2022 sul quotidiano basco Berria )

di Marco Santopadre

Da alcuni anni, per descrivere le tragiche conseguenze causate alla salute di umani e animali del Torio e dell’Uranio impoverito contenuti nei proiettili esplosi nei teatri di guerra e nei poligoni di addestramento, si utilizza il termine “sindrome di Quirra”. Ma lo scorso 10 novembre la giudice del Tribunale di Lanusei Nicole Serra ha sentenziato che non esiste alcuna relazione tra le attività svolte nel Poligono militare di Quirra e centinaia di casi di tumori e leucemie che hanno colpito la popolazione che vive nel territorio usato dai militari nel sud est della Sardegna. Migliaia di chilometri quadrati di terra e mare sono stati gravemente inquinati; molte decine di persone sono morte e sono diventate tristemente famose le foto degli agnellini nati con due teste. La giudice, però, ha assolto gli otto comandanti militari che hanno guidato il poligono dal 2001 al 2012.
Abbiamo rivolto alcune domande all’avvocato penalista Adriano Sollai, segretario del partito indipendentista Progetu Republica de Sardigna e da sempre attivo nella difesa di militanti politici e sociali che subiscono atti di repressione. Durante il processo contro i “veleni di Quirra”, Sollai ha rappresentato diversi abitanti dei comuni coinvolti nel poligono che hanno deciso di costituirsi parte civile.

Di cosa erano accusati gli imputati e come si è arrivati al processo?

Gli otto generali sono stati chiamati a rispondere dalla Procura della Repubblica di Lanusei di aver provocato un persistente e grave disastro ambientale, omettendo di segnalare il pericolo per gli uomini e gli animali nelle aree ad alta intensità militare e di non aver impedito l’ingresso alla popolazione locale, esposta così alle sostanze tossiche che si sprigionano durante le esercitazioni. Questa situazione ha causato numerosissime patologie cancerogene soprattutto ai pastori, che utilizzavano quelle terre per il pascolo, oltre che agli stessi militari in servizio che non venivano dotati delle protezioni adeguate. La Procura ha dovuto aprire l’inchiesta a seguito di numerose denunce, proteste e manifestazioni da parte di associazioni e comitati di cittadini.

Che impatto ha avuto, sul territorio e sulle comunità coinvolte, l’attività pluridecennale del poligono?

L’impatto di una occupazione militare così vasta che coinvolge decine di Comuni e che dura dagli anni ’50 è stato devastante dal punto di vista sanitario, ma anche economico e sociale. In Sardegna ci sono tre poligoni militari (Quirra, Capo Frasca e Teulada) tra i più grandi d’Europa, e basi militari aeree come quella di Decimomannu. Una occupazione di queste proporzioni ha negato alle popolazioni locali la possibilità di uno sviluppo reale e duraturo compatibile con l’ambiente.

Il disprezzo nei confronti della nostra terra e della nostra gente da parte dello Stato italiano è rappresentato dal fatto, emerso durante il processo, che il Poligono di Quirra è stato usato per lo smaltimento, con gigantesche esplosioni, di tutte le bombe e le munizioni obsolete dell’esercito italiano. Le esplosioni hanno determinato la dispersione di particelle metalliche cancerogene che hanno inquinato i terreni, le sorgenti e il mare. La Sardegna è stata utilizzata dall’Italia come una grande discarica illecita di rifiuti militari.

Molti cittadini che vivono quotidianamente l’occupazione militare sono rassegnati ad una situazione che appare immutabile. Altri vengono convinti attraverso l’elargizione di piccole somme di danaro a titolo di indennizzo a causa del fermo della loro attività durante le esercitazioni (come i pescatori). Altri vivono nel timore delle conseguenze repressive che una loro presa di posizione contro le basi potrebbe comportare.

Come giudichi la sentenza di assoluzione?

Le responsabilità emerse durante il processo non potranno essere cancellate, neanche da una sentenza di assoluzione. Mi riferisco alle numerose perizie svolte da eminenti scienziati e studiosi che hanno dimostrato la correlazione tra l’attività militare e le patologie riscontrate sulle persone e gli animali. E alle decine di testimonianze di cittadini e anche militari, che hanno raccontato la verità sulle attività dei poligoni, che dovrebbe indurre tutti noi sardi a non tollerare più la loro presenza.

Auspico che questa nostra battaglia diventi patrimonio comune di tutte le nazioni senza Stato, perché la nostra è una lotta per la salute e l’ambiente ma anche contro la guerra.