Il virus del centralismo italiano

Leggi il Documento Politico di ProgReS sull’emergenza Covid19:

Dati e grafici su: Sardinia. Focus Covid-19 Coronavirus


Premesse – La dichiarata pandemia da coronavirus, oltre ad accendere il dibattito sulla sanità e sull’ordine pubblico ci ha portato a fare delle riflessioni sulla loro gestione, sia da parte dello Stato centrale che da parte della Regione Autonoma della Sardegna.

L’evolversi dell’epidemia in Italia ha comportato uno stato di fatto, la chiusura emergenziale di città e aziende (il cosiddetto “lockdown”), che ad oggi comporta molte limitazioni anche ai cittadini sardi. Limitazioni finalizzate al rallentamento del contagio, che hanno però decretato la sospensione di alcuni diritti fondamentali e il blocco di gran parte delle attività produttive che, sia nell’immediato che nel prossimo futuro, metteranno a rischio sia il tessuto sociale che l’economia sarda.

In questa prima parte del documento politico che vi proponiamo illustreremo la nostra analisi sulla situazione attuale e sulla gestione dell’emergenza; nelle pubblicazioni dei prossimi giorni faremo delle proposte per l’immediato e per il futuro prossimo e alcune considerazioni sulle questioni legate alle società e alle libertà personali.


Gestione statale dell’emergenza e limiti d’azione della Regione Autonoma della Sardegna.

Vorremmo innanzitutto analizzare la gestione, molto lacunosa, da parte del Governo della Repubblica italiana, di questo contesto di crisi emergenziale. Gli errori gestionali del Governo hanno infatti permesso il dilagare dell’epidemia nonostante l’inizio della stessa nel Lombardo-Veneto sia avvenuto a circa due mesi dall’esplosione della Covid19 in Cina; questo lasso di tempo sarebbe dovuto essere sufficiente a predisporre le misure sanitarie necessarie e a capire quando e come agire anche facendo propri alcuni metodi utilizzati dai paesi asiatici che intanto iniziavano a contenere la diffusione del virus.

Il Governo italiano ha invece proceduto per tentativi: in un primo momento ha isolato totalmente gli undici comuni del Lodigiano in cui si sono registrati i primi casi, sottostimando però il fatto che il contagio era già in atto nelle zone limitrofe, permettendo il diffondersi della malattia; infatti, nelle due settimane trascorse a partire dall’esplosione del focolaio Lombardo e fino al decreto di dichiarazione delle zone rosse dell’8 Marzo, non si è applicata nessuna restrizione agli spostamenti dalle zone potenzialmente infette (ad esclusione dei suddetti paesi del lodigiano) verso il resto del territorio dello Stato.

Oltre all’inadeguatezza delle misure preventive prese, la classe dirigente italiana si è distinta per la schizofrenia politica dei suoi esponenti apicali che incoscientemente passavano dagli aperitivi a Milano in cui cercavano di dimostrare di “non avere paura” a dichiarazioni che, a seconda della convenienza politica, alternativamente chiedevano al Governo di tenere aperte o chiuse tutte le attività.

Intanto che si assisteva a questo teatrino, decine di migliaia di persone hanno avuto la possibilità di estendere il contagio spostandosi liberamente, con l’apice del panico che si è concretizzato proprio alla vigilia dell’istituzione delle zone rosse quando una bozza del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri è stata divulgata prima che lo stesso decreto venisse emanato nella sera di sabato 7 Marzo.

In questo contesto, il Governo della RAS ha temporeggiato, chiedendo la chiusura di porti e aeroporti solo l’8 Marzo – in concomitanza con l’emanazione del decreto di istituzione delle zone rosse italiane – quando ormai erano arrivati da diversi giorni in Sardegna migliaia di residenti o proprietari di seconde case che, nella maggior parte dei casi, sono stati i vettori dei principali casi di contagio nell’isola con conseguenze in alcuni casi drammatiche.

Il rimpallo istituzionale tra la Presidenza della RAS e il governo italiano sulle limitazioni degli spostamenti verso la Sardegna si è concluso solo quando oramai erano arrivate nell’isola circa 13000 persone.

Le persone giunte sull’isola dalla data del loro arrivo fino al decreto del Presidente Solinas (che imponeva la quarantena domiciliare retroattiva) sono state libere di circolare e potenzialmente estendere il contagio.

Il contesto in cui la sanità sarda si è trovata ad operare in questa situazione d’emergenza è deprimente: seppure il numero di contagi nell’isola sia ridotto (50 postivi ogni 100mila abitanti rispetto ai 472 in Lombardia al 3 Aprile 2020) e la stragrande maggioranza dei contagiati (72%) stia affrontando la degenza in isolamento presso la propria abitazione, la carenza di mezzi, di dispositivi di protezione individuale per i sanitari e di reagenti per effettuare le analisi ha rischiato in più casi di far esplodere dei focolai proprio negli ospedali che, da luogo di cura, si sono rivelati spesso i maggiori centri del contagio nell’isola.

Pur riconoscendo alla RAS la celerità con cui all’insorgere dei primi contagi ha raddoppiato di fatto i posti letto in terapia intensiva disponibili – portandoli da 127 a 244 e riservandosi se fosse necessario di arrivare a 480 – non possiamo non prendere atto delle situazioni mal gestite dal punto di vista logistico che hanno portato i sanitari e i medici sardi a denunciare in più casi la carenza di mezzi e dispositivi, la conseguente carenza di sicurezza sui posti di lavoro e l’impossibilità di operare con la serenità necessaria e senza avere il timore di essere loro stessi veicolo del contagio come dimostrato dall’altissima percentuale di sanitari tra i positivi al virus (78% del totale dei contagiati al 29 Marzo secondo i dati della RAS).

Nell’emergenza si sono rese ancora più evidenti le carenze del Servizio Sanitario sardo che negli ultimi anni ha subito diversi “piani di riordino” della rete ospedaliera pubblica, interventi che hanno decretato la chiusura di presidi territorialmente importanti e favorito paradossalmente l’apertura di grandi ospedali privati con finanziamenti pubblici come nel caso del Mater Olbia che, tra l’altro, risulta tra i destinatari di ulteriori risorse proprio durante il periodo emergenziale insieme ad altre strutture private nell’isola, il Policlinico di Sassari e la Clinica Città di Quartu.

In questo scenario, che già nel quotidiano consente il verificarsi di situazioni drammatiche (è di questi giorni la notizia della morte di una neonata a La Maddalena, che probabilmente si sarebbe potuta salvare se il punto nascite dell’isola non fosse stato “razionalizzato”) la situazione contingente ha messo in risalto le conseguenze di una gestione della sanità che, pure in un passato recente, non è stata esente da ombre che hanno portato anche la magistratura ad interessarsi all’operato di alcuni esponenti politici.


La subalternità culturale dell’informazione in Sardegna

Alla prova dei fatti, la gestione della crisi del Covid19 ricalca le dinamiche di carattere coloniale e di subalternità culturale esistenti in Sardegna nei confronti dello Stato italiano. Uno Stato che non tiene in alcuna considerazione le peculiarità distintive delle sue regioni geografiche, come anche il fatto che vivere nell’epicentro dell’epidemia sia, per fortuna, differente dall’abitarne i territori meno colpiti.

Il continuo bombardamento mediatico portato avanti dai canali di comunicazione mainstream italiani, ha generato nei cittadini sardi un clima d’attesa che con l’arrivo del primo caso nell’isola è sfociato in pochi giorni in una vera e propria isteria di massa, alimentato anche dalle testate giornalistiche locali.

Tutto questo è proseguito nelle settimane successive anche se il dato delle percentuali di contagiati, degenti ospedalizzati e decessi – come dimostrato dai dati della Protezione Civile e dell’Istituto Superiore della Sanità – in Sardegna è sempre stato fortunatamente agli ultimi posti nelle graduatorie.


Cambio di prospettiva e visione sardocentrica dell’epidemia: l’insularità come risorsa

La Regione Autonoma avrebbe potuto tempestivamente mettere in atto provvedimenti di tipo cautelare utilizzando le prerogative proprie dello Statuto di Autonomia, come ha fatto mettendo in campo per presidiare il territorio il Corpo Forestale di Vigilanza Ambientale e le Compagnie Barracellari.

In un momento in cui il vantaggio geografico dato dalla condizione di insularità  si sarebbe potuto sfruttare come argine al contagio questo non è avvenuto immediatamente per via delle negligenze del governo italiano e all’impedimento oggettivo della RAS ad esercitare i suoi poteri di autogoverno sull’isola.

Questa situazione di crisi dimostra per l’ennesima volta che la Nazione sarda non può affidare l’intero iter decisionale a uno Stato che applica le stesse misure in contesti totalmente diversi e senza modularli alle esigenze locali.

In questo contesto, e non solo, occorrerebbe attuare un cambio di prospettiva che per il Popolo sardo non può che essere incentrato su ciò che è accaduto in Sardegna. Nei giorni scorsi Progetu Repùblica ha prodotto diverso materiale informativo che, anziché considerare i dati numerici da un punto di vista complessivo riguardante lo Stato italiano, ha analizzato la situazione specifica della Sardegna paragonandola a quella delle altre regioni amministrative della Repubblica Italiana che ci ha fatto giungere alla conclusione che problemi di proporzioni diverse, in situazioni geografiche e demografiche diverse, andrebbero affrontati con metodologie diverse e gestiti da chi del territorio conosce peculiarità e necessità specifiche.

Paragonando i dati dell’isola con quelli del resto dello Stato appaiono chiaramente differenze sostanziali nell’andamento e nello sviluppo dell’epidemia.

(NB: i dati sono aggiornati al 3 Aprile, giorno inizialmente previsto come fine delle misure di isolamento sociale)



Questo focus è servito a Progetu Repùblica per riflettere sia sulle azioni poste in essere dallo Stato centrale e dal Governo Regionale sia su quelle auspicabilmente da mettere in atto nel prossimo futuro e di cui vi parleremo nella seconda parte di questo documento.

A proposito delle considerazioni fatte finora e nonostante le mancanze della Giunta in carica, non riteniamo opportuno in questo quadro generale la richiesta di commissariamento della RAS arrivata da più parti: affidare anche la guida della Regione ad un commissario di nomina politica italiana toglierebbe ogni possibilità di delocalizzazione delle decisioni operative più utili al Popolo sardo centralizzando ulteriormente il potere decisionale.

Sicuramente questo non vuole essere un attestato di fiducia alla Giunta Solinas che nei modi consoni e in tempi adeguati dovrà assumersi la responsabilità politica delle scelte sbagliate fatte nella gestione organizzativa della crisi e nella gestione approssimativa della logistica e della comunicazione riguardanti la sanità sarda.