Covid19: rilancio del turismo tra sicurezza sanitaria, libertà di movimento e sovranità nazionale.

Nelle ultime settimane il dibattito politico sulle riaperture successive alla Fase 1 si è incentrato su quelli che saranno i protocolli d’azione che permetteranno ad uno dei comparti produttivi sardi di maggiore importanza, il turismo, di rimettersi in moto dopo i mesi di stallo dovuti all’epidemia da coronavirus.

In questa situazione l’indubbia necessità di riavviare le attività economiche si sta scontrando con la prudenza dovuta ad un’emergenza sanitaria che se in Sardegna è attualmente sotto controllo, come indicano gli scarsi contagi avvenuti dall’avvio della Fase 2, in altre regioni dello Stato italiano ed in altri Stati, europei ed extra europei, desta ancora forti preoccupazioni.

In questo contesto, e fino al 3 giugno, gli spostamenti verso l’isola saranno vincolati dall’obbligo di quarantena preventiva per chi arriva in Sardegna, una misura che si è dimostrata efficace finora nel circoscrivere la diffusione del virus nella nostra terra. Come annunciato dal Presidente Solinas però questa misura verrà meno a partire dalla riapertura della circolazione sul territorio della Repubblica italiana e dal 3 giugno non saranno previsti vincoli cautelari, come l’isolamento di 14 giorni, per chi arriverà.

Questa situazione sta sicuramente destando preoccupazione tra molti sardi che temono che con la riapertura, come successo a febbraio, il virus sbarchi nuovamente sull’isola veicolato da persone provenienti da territori in cui ancora la circolazione virale ha livelli che in Sardegna non si sono mai raggiunti nemmeno durante il picco locale.

A conferma di questa preoccupazione, il 90% delle risposte ad un sondaggio proposto sui nostri canali sociali ha espresso parere contrario alla riapertura di porti e aeroporti senza che le persone in arrivo osservino la quarantena prevista finora.

La comunicazione della Regione Autonoma non ha contribuito a rasserenare i sardi dando garanzie su protocolli e precauzioni in ingresso e l’esposizione mediatica del Presidente Solinas e degli esponenti della sua Giunta hanno creato confusione e dubbi con dichiarazioni confuse e contrastanti tra loro: in un primo momento l’Assessore Chessa parlava di 40 milioni di Euro da spendere in tamponi per i turisti, successivamente il Presidente ha avanzato l’ipotesi di un passaporto sanitario ma non è ancora chiaro a che tipo di test si dovrebbe sottoporre chi arriva in Sardegna e soprattutto se dovranno essere effettuati prima di arrivare o all’arrivo sull’isola stessa.

Il Presidente e l’Assessore al turismo, in momenti diversi hanno dichiarato che le analisi sarebbero state fatte all’arrivo da laboratori autorizzati ma senza indicare quali analisi, da quali laboratori dovrebbero essere svolte e come verrebbero gestiti eventuali casi di positività. 

Progetu Repùblica vorrebbe porre anche un’ultima questione, non di poco conto: chi dovrebbe farsi carico economicamente della gestione di questa macchina di prevenzione sanitaria? Gli interrogativi sono tanti e, a meno di due settimane dalla riapertura dei collegamenti, si è tanto parlato di questo ipotetico passaporto sanitario che, ad oggi, non si sa bene come e dove dovrebbe essere certificato e soprattutto da chi.

Noi crediamo che un approccio diverso alla questione avrebbe potuto portare più chiarezza e più sicurezza dal punto di vista sanitario: come sempre si sarebbe potuto guardare alle proposte che alcuni stati indipendenti con condizioni simili alla Sardegna hanno portato avanti sia in ambito europeo che locale.  Da questo punto di vista possiamo fare l’esempio di Malta che, con una condizione di insularità simile alla nostra, è riuscita a limitare il contagio nella Fase 1 senza ricorrere al lockdown  pur avendo una densità abitativa venti volte superiore a quella sarda.

Tra le proposte fatte dalla Repubblica di Malta all’Unione Europea la più interessante riguarda la designazione di corridoi sicuri tra territori e regioni che, come la Sardegna, hanno una situazione sanitaria sotto relativo  controllo.

In un momento in cui l’industria del turismo è già stata pesantemente colpita dalla pandemia di Covid-19 e la cancellazione totale o parziale della stagione estiva spingerebbe la nostra terra in una crisi economica ancora più profonda,  molti Stati – o alcune loro regioni – stanno ancora lottando per contenere la diffusione del virus e  ci stiamo dirigendo verso un’estate in cui i viaggi internazionali potrebbero essere fortemente scoraggiati. 

Nel periodo precedente alla riapertura sarebbe occorso definire le migliori strategie per porre fine alle misure di contenimento del Covid-19: alcuni Stati hanno già annunciato e stanno mettendo in atto il loro approccio di deconfinamento progressivo e asimmetrico, per il quale le politiche da adottare potranno variare da un territorio all’altro, a seconda dell’impatto del Covid-19, e stanno applicando misure differenziate tra regioni amministrative scollegando le diverse aree geografiche e vietando gli spostamenti non necessari tra di esse. 

In questo contesto il “Center for Economic Policy & Political Economy”, ha proposto un approccio per la ripartenza del turismo che consiste nell’etichettare ogni regione con il colore rosso (se il virus non è sotto controllo) o verde (se esso è sotto controllo) al fine di evitare la diffusione del virus su tutto il territorio e consentire la ripresa dell’attività economica, se questo approccio di zonizzazione fosse esteso almeno su scala europea, avremmo un sistema di circolazione tra zone verdi che permetterebbe al turismo di ripartire in totale sicurezza tra zone sanificate e sicure. Si potrebbero portare come esempio la Baviera, uno Stato federale della Germania, e la Sardegna stessa:

Se entrambe le località fossero ritenute sicure da un’autorità europea comune, riceverebbero l’ “Etichetta verde UE” e sarebbe quindi possibile viaggiare tra queste due zone verdi con la stessa garanzia di sicurezza offerta da due zone verdi all’interno dello stesso Paese.

Si tratta della stessa strategia per la riapertura che noi di Progetu Repùblica avevamo proposto su scala locale, inascoltati, durante la Fase 1 per la riapertura delle attività economiche nei paesi sardi che durante il picco dell’epidemia erano comunque a contagio zero. 

Ancora una volta però il benessere dei sardi e della nostra economia è ostaggio del centralismo dello Stato italiano che, anche a livello Europeo, si è opposto ad una riapertura alla libera circolazione calibrata su esigenze regionali. Ancora una volta essere una regione amministrata da uno Stato che fa i suoi interessi non solo rischia di tenerci fuori da un potenziale mercato sicuro e veramente “Covid-Free” del turismo europeo ma rischia di farci piombare nuovamente in una situazione di emergenza sanitaria in quanto la riapertura di porti e aeroporti a passeggeri provenienti da regioni italiane che ancora oggi contano centinaia di nuovi contagi giornalieri, rischiano di far sbarcare nuovamente il virus sull’isola in un momento in cui la già provata economia sarda verrebbe messa definitivamente in ginocchio da un secondo lockdown. 

In una situazione in cui la libera circolazione dovrebbe essere attivata tra zone sicure per prevenire una recrudescenza del virus e un prolungamento della crisi, lo Stato italiano – tra le righe della bozza del cosiddetto “Decreto Legge Rilancio” –  propone/impone alla Sardegna, con la connivenza dell’amministrazione Regionale, altri cinque anni di monopolio Alitalia sulla continuità territoriale. Questi fatti e tutto ciò che ne conseguirebbe dovrebbero far capire quali sono le differenze nelle scelte sostanziali tra chi può autogovernarsi, come una Repubblica indipendente nel consesso internazionale, e chi in un contesto di dipendenza è costretto a subire passivamente la storia.