Franciscu Sedda: Vada in campo la nazionale sarda

30 marzo 2012 Lascia un commento »
Franciscu Sedda

da L’Unione Sarda del 30/03/2012

Perchè non chiedere alla Fifa di partecipare ai mondiali di calcio?
Il paradosso dei sardi: “Spesso, riflette Franciscu Sedda,ci pare impossibile mettere insieme Cagliari,Sassari,Orgosolo,Carloforte… Preferiamo delegare a un’entità esterna il problema dell’unità. Troviamo più facile unirci a Milano e Catanzaro anzichè tra di noi”. La risposta a questa constatazione? “Uniti si diventa“, prosegue Sedda, “dobbiamo consolidare una coscienza nazionale“. E’ un percorso. Un lavoro sulle idealità ma fatto anche di “sovranità agita”,per usare le parole del docente carlofortino.

Lui si occupa di semiotica,dunque padroneggia le teorie dei segni e della comunicazione. Anche per questo,probabilmente,tra le sue proposte c’è quella della “nazionale sarda”. In un doppio senso: anzitutto,come artificio retorico,Sedda intende undici punti cardine della Repubblica di Sardegna. In porta dice improvvisandosi ct.l’Agenzia Sarda delle Entrate. In difesa,quattro riforme: politica,sanità,pubblica amministrazione,credito. Centrocampo a tre: Bonifica e riconversione industriale, sovranità su istruzione e ricerca, infrastrutture materiali. In attacco la riforma delle riforme, cioè la nuova carta di sovranità, insieme a una politica fiscale e sovrana, e in investimenti sul patrimonio nazionale. Ma,in un altro senso,la nazionale sarda proposta da Sedda sarebbe una selezione calcistica vera e propria,fatta dai nostri migliori giocatori.

Una squadra simbolica, da amichevoli?
No,una squadra fatta con l’idea di chiedere alla Fifa di partecipare alle competizioni internazionali. Magari con No potho reposare come inno.

Perchè non Procurade ‘e moderare?
Quello resta un canto bellissimo,ma in qualche modo un canto di guerra. Invece,siccome l’indipendenza la farà la nostra generazione,pensate come sarebbe bello proporsi con un canto d’amore. In linea con la scelta dell’indipendentismo non violento.

Scelta scontata, ormai
Ma forse non lo era quando,più di dieci anni fa, io e altri scegliemmo di affermarla esplicitamente e farne una bandiera.

E’ questo che intende quando parla di indipendentismo moderno?
Anche. Insieme alla scelta non nazionalista e non rivendicazionista. Ma io mi ricordo com’era l’atteggiamento di molti,anche di molti uomini politici. L’idea dell’indipendentismo non era associata ai percorsi pacifici della Scozia e della Catalogna,ma ai conflitti e ai lutti della Corsica e dei Paesi Baschi.

Pensa che qualcuno non si avvicinasse a voi per via di queste paure?
Si,molti sollevavano obiezioni sulla sostenibilità economica dell’indipendenza,ma in realtà percepivi che dietro c’era il timore della violenza. Ti dovevi giustificare a essere indipendentista.

Oggi invece è quasi diventato di moda
Non mi sorprende,è anche effetto di un lavoro di anni sul linguaggio e la pratica indipendentista.

Non sarà soprattutto merito della crisi e della difficoltà a chiudere le vertenze con lo stato?
Sono cose che hanno un peso,ma l’indipendentismo non poggia sulle lamentazioni. E spesso anzi ha il merito di far notare certe carenze. Fummo noi a suggerire a Soru di verificare i conti da cui nacque la vertenza entrate.

Adesso addirittura il Consiglio regionale approva l’ordine del giorno sardista che ridiscute la permanenza della Sardegna nella Repubblica. Che effetto le fa?
E’ una cosa positiva. Ma alcune forze politiche sembrano come bambini che giocano col fuoco. Capiscono che l’indipendenza è un’idea potente,però firmano l’ordine del giorno precisando che sono per l’unità d’Italia. E’ divertente.

Non teme che,da parte dei partiti nazionali,ci sia molta tattica?
Sicuramente c’è della strumentalità. Ma capiscono che ci sono umori che potrebbero spazzare via l’esistente e vanno incanalati. Se l’indipendentismo sta diventando un nodo politico cruciale,anche un pò strumentalmente,non è un male.

Lei, Sale e gli altri fondatori di iRS vi “macchiaste” anche del parricidio ideale di Lussu e Bellieni.
Decidemmo di rileggere quell’epoca,tra le due guerre mondiali,in cui si costruì l’idea della Sardegna moderna. Lussu e Bellieni,anche simbolicamente,erano quelli che avevano in mano l’isola.

Chi dice che avrebbero dovuto lottare per uno Stato sardo?
Lo stesso Bellieni scrive che i sardi vedevano gli italiani come un nuovo dominatore. Quegli intellettuali avevano un mandato,che derivava dalle trincee del Carso,contrario a ogni sovranità esterna. Potevi non riuscirci,ma è il fatto stesso di provarci che ci avrebbe caratterizzato.

Dopo aver criticato l’indipendentismo folcloristico,lei e altri non rischiate ora di riproporne uno troppo intellettuale,elitario?. Poi bisogna prendere i voti.
Infatti andiamo tra la gente,parliamo,ascoltiamo. Ci confrontiamo sui problemi concreti: l’energia,la continuità territoriale. Facciamo proposte pratiche,come sulla flotta sarda.

Però spesso non siete presenti alle inizative di piazza più partecipate,come quelle dei sindacati.
Questo perchè i sindacati sono considerati corresponsabili di molti dei problemi dell’Isola. Ecco,penso però che quando non si vada in piazza con loro sia giusto costruire occasioni di riflessione da qualche altra parte.

Le sembra davvero, nazionale a parte, che nell’Isola ci si senta sardi e non italiani?
Dobbiamo partire da un atto di umiltà e riconoscere che non c’è oggi una coscienza nazionale condivisa. In Catalogna,anche chi non è indipendentista dice di non sentirsi spagnolo.
Da noi non è così. Mio nonno era probabilmente più sardo di me, oggettivamente: ma meno di me, soggettivamente. Se chiamava la Patria, lui andava in guerra. Ora dobbiamo ricreare una coscienza nazionale: uniti si diventa.

Storicamente, gli indipendentisti si dividono su tutto.
Però ci sono anche esperienze,come quella del Fiocco Verde che sto vivendo ora,in cui si vedono insieme persone che altrimenti non si parlerebbero. Gente di ProgRes,di iRS,del Pd e del Pdl,del Psd’Az e dei Rossomori.

Cosa pensa del referendum consultivo sull’indipendenza proposto da Doddore Meloni?
Forse penso a iniziative di più lungo respiro per costruire la Repubblica Sarda. Ma l’indipendentismo è una via tortuosa,può anche percorrere mille rivoli diversi.

Insomma,non firmerà il requisito?
Potrei anche firmare,vedremo. Di sicuro non censuro nessuna iniziativa che crei mobilitazione su questi temi. Prima o poi qualcuno dovrà chiedere ai sardi cosa pensano. Sapete a quando risale l’ultimo sondaggio sull’indipendentismo?.

No a quando?
Al 1984,lo fece la Makno. Si disse a favore di una Repubblica Sarda il 36% degli intervistati,contrario il 35%.Il resto non rispose.

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Il semiologo: falso problema dimensione e popolazione dell’Isola,il 25% dei Paesi che fanno parte dell’Onu ha meno abitanti di noi

Un lembo di terra sperduto nel mare, pochi abitanti ma tanto sole. Con un’economia debole, molto legata al continente: ma anche una capitale, un parlamento del tutto indipendente, e un seggio alle Nazioni Unite. È il futuro della Sardegna? No, il presente delle Isole Kiribati, Oceania. Uno dei più piccoli Stati al mondo, 92mila anime che si spartiscono un territorio di 717 chilometri quadrati. Meno di mezza Ogliastra.Se loro hanno l’indipendenza, perché non può avercela la Sardegna? Franciscu Sedda non la mette giù così banale (se è per questo neppure cita le Kiribati), ma il senso del suo pensiero è un po’ quello, quando dice che «sui 193 Stati dell’Onu, quelli più piccoli della Sardegna sono il 25 per cento».Sedda è uno studioso, insegna semiotica. Sedda è un indipendentista, è stato tra i fondatori di Irs e in tempi più recenti di Progres. Sedda ama smontare vecchi miti, e forse questa terza attitudine si colloca all’incrocio delle prime due. Contesta i miti di una Sardegna troppo piccola, troppo debole economicamente, troppo complessata per stare da sola sul cuor della terra (benché trafitta dal suo raggio di sole). «Col nostro milione e mezzo di abitanti, al vertice dei piccoli Stati europei non ci avrebbero invitato perché siamo troppo grandi», dice lui, rispondendo alle domande del secondo forum sull’indipendentismo organizzato dall’Unione Sarda e da Videolina: «Dobbiamo liberarci dalle paure, dall’idea che sia ridicolo pensare a una Sardegna che sta sola al cospetto dell’Europa».

L’Estonia è piccola e indipendente, ma è anche la più povera d’Europa.
«Ci sono altri esempi. La Slovenia, due milioni di abitanti, registra performance economiche eccezionali. Nell’Ue, la nostra sarebbe una dimensione media».

Non rischieremmo di essere più deboli, in Europa?
«Anzi, incideremmo di più. Tanto per dire: assumeremmo, a rotazione, la presidenza semestrale dell’Ue. Vi immaginate, un sardo alla guida dell’Unione?»

Ma perché l’indipendenza dovrebbe essere un bene?
«Perché non staremmo a guardare da spettatori le partite che ci riguardano, specie nel confronto con lo Stato. A volte ci sembra di aver segnato un gol, poi scopriamo molto più tardi che ce l’hanno annullato».

Parla delle entrate fiscali?
«Non solo. Guardate cos’è successo martedì a Roma, sull’Alcoa. Vorrei che scendessimo in campo noi. Non dico che piccolo è bello, ma altri “piccoli”, da Malta all’Islanda, affrontano i loro problemi, con dignità».

La dipendenza è politica, ma soprattutto economica. Specie in tempi di crisi.
«Però nessuno si sogna di negare l’indipendenza dell’Italia o di altri Paesi perché soffrono la crisi. La congiuntura non ci toglie il diritto-dovere di essere sovrani».

Cosa le fa pensare che se ci governassimo da soli le cose andrebbero meglio?
«In parte le nostre difficoltà nascono proprio dall’assenza di un autogoverno serio. Anche quello della Sardegna povera è un mito da smontare. Siamo nella parte ricca del mondo. Solo che non gestiamo noi la nostra ricchezza».

L’economia sarda, senza il contributo dello Stato, come garantirebbe gli attuali livelli dei vari servizi?
«Anni fa Gianluigi Giuliano, allora direttore dell’Agenzia regionale delle entrate, mi disse che non esiste neppure una mappatura seria dei flussi economici e produttivi dell’Isola, che sarebbe il primo passo per un ragionamento simile».Qualche calcolo a spanne, però, lo si fa.«Sì, uno attendibile ipotizza che il bilancio di uno Stato sardo avrebbe necessità per circa 13 miliardi all’anno, a fronte dei circa 7 del bilancio della Regione».Ne mancano sei.«Circa tre miliardi corrispondono, in parti quasi uguali, al gettito che non verrebbe più girato allo Stato e a quel che ancora ci deve essere dato per l’intesa sulle entrate. Un altro miliardo e mezzo verrebbe dalle accise sui carburanti».

E siamo a 11,5 miliardi.
«Come Stato indipendente, l’Europa ci trasferirebbe almeno un miliardo. Oggi percepiamo 400 milioni. E poi ci sarebbero vari altri introiti, per esempio dalla gestione delle frequenze».

Ancora non siamo arrivati a 13 miliardi.
«Ma almeno 12, e senza aver ancora fatto niente come nuova politica economica. Sono cifre, per così dire, naturali. Senza parlare dei crediti pregressi con l’Italia, o dei risparmi che potremmo attivare nella sanità».

Come?
«Anzitutto con la prevenzione. Come sta facendo Obama, anzi soprattutto la first lady Michelle, con l’educazione a una vita attiva e al mangiare bene. E poi ci sono altri risparmi possibili nella pubblica amministrazione. Per esempio penso che non avremmo bisogno di un esercito».

Eppure la Brigata Sassari è un pezzo centrale della nostra storia.
«Magari continuerà a esserlo, in altro modo. Avremmo certamente bisogno di una protezione civile, e possibilmente diventare un punto di riferimento europeo in questo ambito. Una terra che sia esempio di cooperazione internazionale, come Rossella Urru».

Non è un discorso un po’ utopistico?
«Sia chiaro, nessuno immagina un’isoletta con le palme al centro e basta. Nessuno vuole azzerare tutto, rinunciare alla polizia o alla magistratura. La gente vuol vivere in una società normale. L’indipendentismo moderno è un passo in avanti, non un salto all’indietro».

Quali sarebbero, dal punto di vista dello sviluppo, le idee forti di un’ipotetica Repubblica di Sardegna?
«Eviterei di dare la ricetta magica, bisogna avere il coraggio di sfuggire alle semplificazioni. Non credo a chi inventa effetti domino, tipo: giochi la carta del turismo, e tutto il resto viene da sé. Sicuramente, la prima idea forte sarebbe la sovranità tributaria».

Che è un po’ quello che state proponendo con l’iniziativa del Fiocco verde.
«Esatto: ricreare un’Agenzia sarda di riscossione delle tasse, per prendere il coltello dalla parte del manico. Se non iniziamo a incassare noi i tributi, non vinceremo mai la guerra delle entrate».

Siete indipendentisti, ma questa iniziativa si basa sullo Statuto di autonomia.
«Sì, sull’articolo 9: ma lo guardiamo in controluce, lo rivoltiamo rispetto al passato. Dice che la Regione può delegare lo Stato per riscuotere i tributi. Noi diciamo: da oggi non deleghiamo più».

Con quali vantaggi?
«Oggi lo Stato riscuote tutti i tributi, anche se poi deve trasferirne la gran parte alla Regione. E non lo fa completamente. È come se il capocondomino incassasse il mio stipendio, solo perché deve trattenere le spese condominiali. Il risultato? Che siamo costretti ad andare a Roma per chiedere quel che è già nostro. Invertiamo il rapporto: sarebbe bello vedere lo Stato che viene a manifestare a Cagliari, davanti a Villa Devoto».

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Commenti

  1. Gigi Cadelano scrive:

    Bravissimo franciscu, speriamo al più presto l’indipendenza di una nazione forte, intelligente e preparata  a chiunque evento.

  2. Su Grifone PJ scrive:

    Complimenti Dott.Sedda! Elegante, equilibrato, responsabilmente orgoglioso di sostenere le proprie proposte Indipendentiste e di condividerne le altre iniziative. Bona Paska Franciscu!!! pinogiordo*