Venti di autogoverno e di indipendenza nel mondo vicino a noi

27 febbraio 2011 Lascia un commento »

di Gianni Marilotti

Proteste in EgittoSotto i nostri occhi stanno accadendo avvenimenti epocali dalle conseguenze imprevedibili. Siamo nel bel mezzo di una fase storica di transizione iniziata con il crollo dell’impero sovietico e la fine del bipolarismo. Si era pensato allora che il mondo fosse diventato unipolare e che la superpotenza americana fosse rimasto l’unico arbitro delle sorti del pianeta. A ventidue anni di distanza possiamo toccare con mano che così non è stato, ma ancor di più prevedere che così non sarà nell’immediato futuro.

Coll’eclissarsi del nemico storico, gli USA hanno potuto constatare la fragilità  del sistema politico internazionale ed hanno dovuto affrontare praticamente da soli le emergenze internazionali in Asia come in Africa o in Europa: dal conflitto indo-pakistano a quello coreano; dal Medio Oriente alla crisi sudanese; dal perenne conflitto israelo-palestinese alla crisi dei Balcani.  Per giustificare sul piano interno gli ingenti finanziamenti al comparto militare necessari per  ragioni geopolitiche ed economiche gli USA hanno dovuto inventarsi un nuovo nemico: il terrorismo Islamico contro cui lanciare la strategia della guerra preventiva: gli Stati canaglia, l’Afghanistan, l’Iraq, l’Iran…

Nel far ciò  hanno dovuto rafforzare il blocco dei paesi islamici moderati, foraggiandone regimi traballanti, incoraggiare il ruolo militare regionale di Israele, scoraggiare e boicottare i tentativi, per la verità timidi e privi di respiro, dell’UE di costruire un nuovo ordine economico- monetario (oggi fondato sul dollaro) tra un cartello di paesi produttori (in primis Iran, Venezuela, Messico, Russia) e paesi fruitori (UE e Cina su tutti).

E’ appena il caso di ricordare che per gli USA è vitale che le transazioni internazionali avvengano utilizzando il dollaro poiché questo sistema rappresenta la moderna forma di sfruttamento coloniale, essendo il governo di questa moneta interamente nelle mani della Federal Reserve. Non a caso qualcuno ha parlato di “inflazione totale” come ultima arma nelle mani del governo degli USA per evitare il declino economico e contrastare lo strapotere della Cina che detiene una grossa quantità del poderoso debito pubblico americano.In questo scenario, nel quale nuovi colossi economici stanno conquistando le più redditizie fette di mercato (la Cina con i cinque dragoni asiatici, Brasile e Messico), l’Europa mostra tutta la sua fragilità. Ad eccezione della Germania, l’Europa è nel tunnel di una crisi strutturale di non breve corso. Anche qui si aprono scenari non previsti e non prevedibili. La solidarietà, la condivisione, la faticosa ricerca di un divenire comune potrebbero cedere il passo a favore di strategie di disunione: mai come oggi il progetto di Unione Europea è in crisi. Si tratta di una crisi di lungo corso che ha le sue radici nell’indecisione, nella mancanza di coraggio, nell’assenza di una politica estera condivisa, nell’affrettato allargamento della UE che ha accresciuto i problemi politici ed istituzionali ereditati dalla vecchia Unione. Quello che è stato definito “un gigante economico privo di una testa politica” rischia di diventare un pachiderma economico senza più anima.

Su tutte le questioni internazionali l’Ue è stata assente e divisa, più  esattamente assente perché divisa: Balcani, Afghanistan, guerra israelo-palestinese, Iraq. Spaventata dall’onda migratoria e dal pericolo terrorista, l’UE ha finito per svendere i principi e gli accordi sottoscritti con la Conferenza di Barcellona del 1995 per ripiegare su più flessibili e, si credeva, più funzionali accordi bilaterali. E’ questo il senso del passaggio dallo strumento della PEM (Politiche euro mediterranee) che prefiguravano una politica globale per l’area mediterranea fondata su accordi multilaterali condivisi, sulla sicurezza, il co-sviluppo e il partenariato, allo strumento della PEV (Politica europea di vicinato) che prevede la creazione di una zona di sicurezza, stabilità, prosperità nell’area a ridosso dei confini dell’Unione Europea. Questo strumento, inizialmente (2003) rivolto a quei paesi dell’est europeo rimasti fuori dall’Unione (Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Armenia, Azerbaigian, Georgia) è stato esteso nel 2007 ai paesi mediterranei  (Algeria, Egitto, Giordania, Israele, Libano, Marocco, Palestina, Siria, Tunisia) con il varo dell’ENPI che avvia un processo transfrontaliero con programmazione pluriennale secondo i principi della responsabilità condivisa, della differenziazione e della condizionalità.

Al di là  del burocratese l’UE è passata da una strategia globale, la PEM (Dichiarazione di Barcellona, Area di libero scambio, cooperazione multilaterale, definizione di Area Mediterranea come Regione con una governance condivisa) alla PEV che ha trasformato la cooperazione euro mediterranea in una relazione fondata su rapporti bilaterali non impegnativi rispetto ad un progetto comune. Come è noto la Sardegna è diventata con la Giunta Soru l’Autorità d’ambito per la gestione del programma europeo ENPI ma nessuna ricaduta positiva si è verificata né nella sponda sud del Mediterraneo né in Sardegna.

Ad accrescere la confusione il presidente francese Sarkozy, nel 2007 presidente di turno della UE, insoddisfatto per la stagnazione delle relazioni euromediterranee ha imposto con la dichiarazione di Parigi la nascita dell’UpM (Unione per il Mediterraneo) cui aderiscono 43 paesi: i paesi membri della UE e quelli che si affacciano sul Mediterraneo tranne la Libia. La sede dell’UpM è Barcellona. Varato nel 2009 non è ancora chiaro se l’UpM si propone di rilanciare la Dichiarazione di Barcellona (che non ha realizzato gli obiettivi che si era prefissa nel 1995) o se sia un’iniziativa estemporanea del presidente francese in crisi di consensi e alla ricerca di una visibilità internazionale. Per ora nulla è successo.

Anzi è successo il finimondo. Perché dall’Algeria alla Tunisia, dall’Egitto alla Libia, dal Bahrein al Libano assistiamo ad un ribollire di rivolte popolari sfociate in alcuni casi in autentiche rivoluzioni. Quei regimi traballanti ai quali gli USA non sono più in grado di garantire sostegno economico e ai quali la UE, mossa esclusivamente da problemi di sua sicurezza e da un approccio mercantilistico, non è stata in grado di fornire risposte progettuali sono implosi facendo emergere tutte le contraddizioni derivanti da una politica di dipendenza.

Ciò che questi popoli chiedono è una politica di indipendenza, quell’indipendenza che con il processo di decolonizzazione, avvenuto nel secondo dopoguerra, non sono riusciti ad ottenere nella sostanza. Ciò che da allora è mancato è un processo di stabilizzazione del Mediterraneo capace di disegnare nuovi scenari di un ordine politico ed economico fondati sul co-sviluppo, sulla reciproca sicurezza e sulla comune prosperità. Il Mediterraneo è stato invece terreno di scontro, prima della contesa tra le due superpotenze, poi della dissennata politica di divisione ed aggressione dell’amministrazione Bush su cui è andata ad infrangersi, impotente, la strategia della UE.

E’ chiaro che le politiche bilaterali tra UE e singoli paesi del Mediterraneo, gestite tra l’altro in terra africana da classi dirigenti corrotte e prive di consenso popolare, non bastano più. Nasce da qui la protesta, la rabbia ma anche la proposta di un nuovo corso che vede protagonisti i giovani dei paesi del Maghreb e del Mashrak, per ora manifestatesi solo in quegli Stati non governati da dinastie regnanti, ma che presto potrebbero estendersi anche in Marocco, Giordania e nella penisola arabica.

Mi ha molto colpito la risposta che il poeta palestinese Ibrahim Nasrallah ha dato in una recente conferenza organizzata da me a Cagliari sul come i palestinesi vivono le rivolte in Nordafrica. Nasrallah ha detto testualmente che dopo la prima Intifada questo è il primo momento di gioia e speranza dell’intero mondo arabo per la ribellione dei giovani a regimi asserviti a potenze straniere, Unione Europea compresa.

Quali siano gli sbocchi di queste rivolte non è prevedibile, che esse ci riguardano direttamente, non solo come Europa, ma come Sardegna appare invece chiaro. E’ chiaro che non possiamo continuare a stare al mondo così, senza un’analisi di ciò che sta accadendo attorno a noi, senza una strategia che non sia solo quella di rivendicare la salvezza dallo Stato italiano oppure ambire esclusivamente alla pura e semplice indipendenza della Sardegna come potenziale Stato membro della UE. Vogliamo iniziare a parlare dei fallimenti della UE? Della sua politica invasiva che toglie spazi di governo e democrazia alle comunità più piccole al suo interno? Del principio di sussidiarietà applicato secondo criteri politici, cioè a senso unico a favore delle Istituzioni centrali dell’Europa? Di una nuova governance euro mediterranea capace di esaltare i protagonismi e la forza democratica delle comunità?

Sulla sponda sud del Mediterraneo stanno emergendo nuovi soggetti politici, nuovi interlocutori ai quali non possiamo riproporre eternamente solo logiche mercantili, ma con i quali può nascere una riflessione comune nella ricerca di nuovi orizzonti di convivenza. I temi della decrescita,  di economie fondate sullo scambio e non solo sul danaro, sulla reciprocità, condivisione sono i temi dell’oggi. Se la Sardegna ha un progetto è ora che lo tiri fuori.

In appendice vorrei trattare un tema che ci coinvolge molto da vicino: quello dei referendum per l’indipendenza. Uno è stato realizzato, nel silenzio assordante, quello sull’indipendenza del Sud Sudan tra il 9 e il 15 gennaio 2011. Ha votato circa il 90% degli aventi diritto dei quali il 98,83% si è espresso per il distacco dal Nord Sudan musulmano. Gli osservatori internazionali hanno dichiarato che il referendum è stato credibile e ben organizzato per cui il presidente Omar Hasan Ahmad al-Bashir ha accettato il risultato. Un fatto che non può lasciarci indifferenti che avviene ai confini dell’Egitto a nord e dell’Eritrea a sud. Nel Sud-Sudan inizia un periodo di prova che si concluderà il 9 luglio 2011 con la proclamazione definitiva dell’Indipendenza.

Il secondo caso è quello del Saharawi. Da più di trent’anni i Saharawi lottano per il proprio diritto all’autodeterminazione e all’Indipendenza: una parte della popolazione è costretta a vivere in condizioni precarie nei campi profughi del deserto algerino; mentre quelli rimasti nel Sahara Occidentale sono costretti dall’occupazione del Regno del Marocco a vivere in condizioni ancora più difficili.

Da vent’anni, dall’ultimo conflitto tra l’Algeria e il Marocco,  il popolo Saharawi ha scelto di non utilizzare la lotta armata e di riporre le proprie speranze in un percorso democratico e nel processo di pace avviato dall’ONU che avrebbe dovuto culminare in un referendum sull’autodeterminazione, referendum che, per la dura opposizione del governo del Marocco, non ha potuto avere ancora luogo.

Penso che ProgReS debba apertamente schierarsi a favore della risoluzione dell’ONU e perché il popolo Saharawi possa scegliere liberamente e democraticamente il proprio destino. Credo che di ciò si possa e si debba parlare nelle istituzioni sarde a partire dal Consiglio Regionale ma anche in quelli provinciali e comunali. Si potrebbe approntare un ordine del giorno nel quale si impegnino le istituzioni sarde a prendere posizione su tutte le questioni sollevate in questa nota ed in particolare  per il rispetto dei diritti umani e delle risoluzioni ONU sul Saharawi.

Sotto i nostri occhi stanno accadendo avvenimenti epocali dalle conseguenze imprevedibili. Siamo nel bel mezzo di una fase storica di transizione iniziata con il crollo dell’impero sovietico e la fine del bipolarismo. Si era pensato allora che il mondo fosse diventato unipolare e che la superpotenza americana fosse rimasto l’unico arbitro delle sorti del pianeta. A ventidue anni di distanza possiamo toccare con mano che così non è stato, ma ancor di più prevedere che così non sarà nell’immediato futuro.

Coll’eclissarsi del nemico storico, gli USA hanno potuto constatare la fragilità  del sistema politico internazionale ed hanno dovuto affrontare praticamente da soli le emergenze internazionali in Asia come in Africa o in Europa: dal conflitto indo-pakistano a quello coreano; dal Medio Oriente alla crisi sudanese; dal perenne conflitto israelo-palestinese alla crisi dei Balcani.  Per giustificare sul piano interno gli ingenti finanziamenti al comparto militare necessari per  ragioni geopolitiche ed economiche gli USA hanno dovuto inventarsi un nuovo nemico: il terrorismo Islamico contro cui lanciare la strategia della guerra preventiva: gli Stati canaglia, l’Afghanistan, l’Iraq, l’Iran…

Nel far ciò  hanno dovuto rafforzare il blocco dei paesi islamici moderati, foraggiandone regimi traballanti, incoraggiare il ruolo militare regionale di Israele, scoraggiare e boicottare i tentativi, per la verità timidi e privi di respiro, dell’UE di costruire un nuovo ordine economico- monetario (oggi fondato sul dollaro) tra un cartello di paesi produttori (in primis Iran, Venezuela, Messico, Russia) e paesi fruitori (UE e Cina su tutti).

E’ appena il caso di ricordare che per gli USA è vitale che le transazioni internazionali avvengano utilizzando il dollaro poiché questo sistema rappresenta la moderna forma di sfruttamento coloniale, essendo il governo di questa moneta interamente nelle mani della Federal Reserve. Non a caso qualcuno ha parlato di “inflazione totale” come ultima arma nelle mani del governo degli USA per evitare il declino economico e contrastare lo strapotere della Cina che detiene una grossa quantità del poderoso debito pubblico americano.

In questo scenario, nel quale nuovi colossi economici stanno conquistando le più redditizie fette di mercato (la Cina con i cinque dragoni asiatici, Brasile e Messico), l’Europa mostra tutta la sua fragilità. Ad eccezione della Germania, l’Europa è nel tunnel di una crisi strutturale di non breve corso. Anche qui si aprono scenari non previsti e non prevedibili. La solidarietà, la condivisione, la faticosa ricerca di un divenire comune potrebbero cedere il passo a favore di strategie di disunione: mai come oggi il progetto di Unione Europea è in crisi. Si tratta di una crisi di lungo corso che ha le sue radici nell’indecisione, nella mancanza di coraggio, nell’assenza di una politica estera condivisa, nell’affrettato allargamento della UE che ha accresciuto i problemi politici ed istituzionali ereditati dalla vecchia Unione. Quello che è stato definito “un gigante economico privo di una testa politica” rischia di diventare un pachiderma economico senza più anima.

Su tutte le questioni internazionali l’Ue è stata assente e divisa, più  esattamente assente perché divisa: Balcani, Afghanistan, guerra israelo-palestinese, Iraq. Spaventata dall’onda migratoria e dal pericolo terrorista, l’UE ha finito per svendere i principi e gli accordi sottoscritti con la Conferenza di Barcellona del 1995 per ripiegare su più flessibili e, si credeva, più funzionali accordi bilaterali. E’ questo il senso del passaggio dallo strumento della PEM (Politiche euro mediterranee) che prefiguravano una politica globale per l’area mediterranea fondata su accordi multilaterali condivisi, sulla sicurezza, il co-sviluppo e il partenariato, allo strumento della PEV ( Politica europea di vicinato) che prevede la creazione di una zona di sicurezza, stabilità, prosperità nell’area a ridosso dei confini dell’Unione Europea. Questo strumento, inizialmente (2003) rivolto a quei paesi dell’est europeo rimasti fuori dall’Unione (Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Armenia, Azerbaigian, Georgia) è stato esteso nel 2007 ai paesi mediterranei  ( Algeria, Egitto, Giordania, Israele, Libano, Marocco, Palestina, Siria, Tunisia) con il varo dell’ENPI che avvia un processo transfrontaliero con programmazione pluriennale secondo i principi della responsabilità condivisa, della differenziazione e della condizionalità.

Al di là  del burocratese l’UE è passata da una strategia globale, la PEM (Dichiarazione di Barcellona, Area di libero scambio, cooperazione multilaterale, definizione di Area Mediterranea come Regione con una governance condivisa) alla PEV che ha trasformato la cooperazione euro mediterranea in una relazione fondata su rapporti bilaterali non impegnativi rispetto ad un progetto comune. Come è noto la Sardegna è diventata con la Giunta Soru l’Autorità d’ambito per la gestione del programma europeo ENPI ma nessuna ricaduta positiva si è verificata né nella sponda sud del Mediterraneo né in Sardegna.

Ad accrescere la confusione il presidente francese Sarkozy, nel 2007 presidente di turno della UE, insoddisfatto per la stagnazione delle relazioni euromediterranee ha imposto con la dichiarazione di Parigi la nascita dell’UpM (Unione per il Mediterraneo) cui aderiscono 43 paesi: i paesi membri della UE e quelli che si affacciano sul Mediterraneo tranne la Libia. La sede dell’UpM è Barcellona. Varato nel 2009 non è ancora chiaro se l’UpM si propone di rilanciare la Dichiarazione di Barcellona (che non ha realizzato gli obiettivi che si era prefissa nel 1995) o se sia un’iniziativa estemporanea del presidente francese in crisi di consensi e alla ricerca di una visibilità internazionale. Per ora nulla è successo.

Anzi è successo il finimondo. Perché dall’Algeria alla Tunisia, dall’Egitto alla Libia, dal Bahrein al Libano assistiamo ad un ribollire di rivolte popolari sfociate in alcuni casi in autentiche rivoluzioni. Quei regimi traballanti ai quali gli USA non sono più in grado di garantire sostegno economico e ai quali la UE, mossa esclusivamente da problemi di sua sicurezza e da un approccio mercantilistico, non è stata in grado di fornire risposte progettuali sono implosi facendo emergere tutte le contraddizioni derivanti da una politica di dipendenza.

Ciò che questi popoli chiedono è una politica di indipendenza, quell’indipendenza che con il processo di decolonizzazione, avvenuto nel secondo dopoguerra, non sono riusciti ad ottenere nella sostanza. Ciò che da allora è mancato è un processo di stabilizzazione del Mediterraneo capace di disegnare nuovi scenari di un ordine politico ed economico fondati sul co-sviluppo, sulla reciproca sicurezza e sulla comune prosperità. Il Mediterraneo è stato invece terreno di scontro, prima della contesa tra le due superpotenze, poi della dissennata politica di divisione ed aggressione dell’amministrazione Bush su cui è andata ad infrangersi, impotente, la strategia della UE.

E’ chiaro che le politiche bilaterali tra UE e singoli paesi del Mediterraneo, gestite tra l’altro in terra africana da classi dirigenti corrotte e prive di consenso popolare, non bastano più. Nasce da qui la protesta, la rabbia ma anche la proposta di un nuovo corso che vede protagonisti i giovani dei paesi del Maghreb e del Mashrak, per ora manifestatesi solo in quegli Stati non governati da dinastie regnanti, ma che presto potrebbero estendersi anche in Marocco, Giordania e nella penisola arabica.

Mi ha molto colpito la risposta che il poeta palestinese Ibrahim Nasrallah ha dato in una recente conferenza organizzata da me a Cagliari sul come i palestinesi vivono le rivolte in Nordafrica. Nasrallah ha detto testualmente che dopo la prima Intifada questo è il primo momento di gioia e speranza dell’intero mondo arabo per la ribellione dei giovani a regimi asserviti a potenze straniere, Unione Europea compresa.

Quali siano gli sbocchi di queste rivolte non è prevedibile, che esse ci riguardano direttamente, non solo come Europa, ma come Sardegna appare invece chiaro. E’ chiaro che non possiamo continuare a stare al mondo così, senza un’analisi di ciò che sta accadendo attorno a noi, senza una strategia che non sia solo quella di rivendicare la salvezza dallo Stato italiano oppure ambire esclusivamente alla pura e semplice indipendenza della Sardegna come potenziale Stato membro della UE. Vogliamo iniziare a parlare dei fallimenti della UE? Della sua politica invasiva che toglie spazi di governo e democrazia alle comunità più piccole al suo interno? Del principio di sussidiarietà applicato secondo criteri politici, cioè a senso unico a favore delle Istituzioni centrali dell’Europa? Di una nuova governance euro mediterranea capace di esaltare i protagonismi e la forza democratica delle comunità?

Sulla sponda sud del Mediterraneo stanno emergendo nuovi soggetti politici, nuovi interlocutori ai quali non possiamo riproporre eternamente solo logiche mercantili, ma con i quali può nascere una riflessione comune nella ricerca di nuovi orizzonti di convivenza. I temi della decrescita,  di economie fondate sullo scambio e non solo sul danaro, sulla reciprocità, condivisione sono i temi dell’oggi. Se la Sardegna ha un progetto è ora che lo tiri fuori.

In appendice vorrei trattare un tema che ci coinvolge molto da vicino: quello dei referendum per l’indipendenza. Uno è stato realizzato, nel silenzio assordante, quello sull’indipendenza del Sud Sudan tra il 9 e il 15 gennaio 2011. Ha votato circa il 90% degli aventi diritto dei quali il 98,83% si è espresso per il distacco dal Nord Sudan musulmano. Gli osservatori internazionali hanno dichiarato che il referendum è stato credibile e ben organizzato per cui il presidente Omar Hasan Ahmad al-Bashir ha accettato il risultato. Un fatto che non può lasciarci indifferenti che avviene ai confini dell’Egitto a nord e dell’Eritrea a sud. Nel Sud-Sudan inizia un periodo di prova che si concluderà il 9 luglio 2011 con la proclamazione definitiva dell’Indipendenza.

Il secondo caso è quello del Saharawi. Da più di trent’anni i Saharawi lottano per il proprio diritto all’autodeterminazione e all’Indipendenza: una parte della popolazione è costretta a vivere in condizioni precarie nei campi profughi del deserto algerino; mentre quelli rimasti nel Sahara Occidentale sono costretti dall’occupazione del Regno del Marocco a vivere in condizioni ancora più difficili.

Da vent’anni, dall’ultimo conflitto tra l’Algeria e il Marocco,  il popolo Saharawi ha scelto di non utilizzare la lotta armata e di riporre le proprie speranze in un percorso democratico e nel processo di pace avviato dall’ONU che avrebbe dovuto culminare in un referendum sull’autodeterminazione, referendum che, per la dura opposizione del governo del Marocco, non ha potuto avere ancora luogo.

Penso che ProgRes debba apertamente schierarsi a favore della risoluzione dell’ONU e perché il popolo Saharawi possa scegliere liberamente e democraticamente il proprio destino. Credo che di ciò si possa e si debba parlare nelle istituzioni sarde a partire dal Consiglio Regionale ma anche in quelli provinciali e comunali. Si potrebbe approntare un ordine del giorno nel quale si impegnino le istituzioni sarde a prendere posizione su tutte le questioni sollevate in questa nota ed in particolare  per il rispetto dei diritti umani e delle risoluzioni ONU sul Saharawi.

Condividi

  • Fabio

    Sono daccordo sull’esigenza di una politica chiara della Sardegna che appoggi chi rivendica i diritti umani nelle terre soggette a dittature o a poliche post-colonialiste. Credo che ProgReS in quest’ottica potrebbe e dovrebbe essere incisiva nel denunciare gli abusi che molta parte d’Europa e l’Italia stanno portando avanti a nome di noi tutti peró senza averne avuto mandato. Un articolo molto interessante che dá un quadro amplio della situazione nel mediterraneo.

  • Enea

    Non sono d’accordo sull’analisi. Gli USA detengono quasi l’80% della produzione di brevetti nel mondo e da li oggi, deriva gran parte della loro ricchezza. Hanno capito prima degli altri che nellle università si produce valore aggiunto e non è un caso che importano il 65% della massa migrante delle eccellenze nel mondo. La Cina potrà detenere la maggior parte del debito pubblico USA ma la Cina dovrà comunque rivalutare lo yuan se vuole sfamare i 700 milioni di cinesi che vivono ancora con meno di un euro al giorno. Il problema del mondo arabo è che è privo di risorse umane ed è privo di istruzione qualificata. Concordo sull’Europa e credo che chi mira all’indipendenza sarda, più che mai, dovrà guardare a Bruxelles piuttosto che a Roma. E’ li che andrà negoziata la costruzione di un nuovo stato federato, sovrano e indipendente: A Roma la risposta sarà sempre NO! La nostra patria sarà l’Europa, la Sardegna dovrà essere la nostra figlia e se il governo Soru non avesse tirato fuori quella schifezza di statutaria, una parte del percorso sarebbe già incominciato.

  • http://sardegnamondo.blog.tiscali.it Omar Onnis

    Ottimo pezzo, Gianni.

    Sottoscrivo in pieno.

    In generale, ritengo che la Sardegna – soprattutto una Sardegna indipendente, soggetto politico a tutto tondo – abbia un ruolo importante da recitare in questo scenario e nello scenario che sembra aprirsi davanti a noi.

    Nei rapporti con la sponda sud del Mediterraneo noi potremmo giocare la carta della nostra posizione e della nostra dimensione. Anche come interfaccia politica-culturale-economica tra essa e il nord dell’Europa (penso soprattutto a Scandinavia e Germania).

    Come partner e come intermediario tra queste due aree saremmo meno concorrenziali dell’Italia (posto che l’Italia esista ancora tra cinque anni), per Germania e Scandinavia, e meno compromessi politicamente (ed eticamente) verso i paesi della sponda sud. Ciò ci farebbe comodo da diversi punti di vista.

    Dovremo discuterne.

  • Roberto

    Ottima analisi