Verso un modello sardo per gli enti locali

18 agosto 2011 Lascia un commento »

Efficacia, efficienza, economicità e orientamento sociale delle scelte e delle varie politiche rappresentano i pilastri di chi si occupa della gestione dei beni pubblici. Notiamo invece che anche negli ultimi giorni, per l’ennesima volta, questi principi vengono snaturati dalla propaganda e dalla demagogia. Discorsi apparentemente razionali a proposito di tagli alla spesa pubblica e agli sprechi, inflazionati e resi ambigui nei contenuti, si riducono alla maschera retorica di un brutale taglio dall’alto, nella migliore tradizione italiana, finalizzato a recuperare risorse senza apportare miglioramenti alla macchina amministrativa. Il che vale a maggior ragione se consideriamo il tessuto demografico, socio-economico e culturale delle comunità di Sardegna.

Nel recente decreto legge dello stato italiano, la cosiddetta “manovra anticrisi”, nei Comuni con popolazione pari o inferiore a 1.000 abitanti il Sindaco diventerà il solo organo di governo e saranno soppressi la Giunta ed il Consiglio comunale. Tutte le funzioni amministrative saranno esercitate obbligatoriamente in forma associata con altri Comuni confinanti aventi popolazione pari o inferiore a 1.000 abitanti, mediante la costituzione tra essi di una “unione municipale”.

Nello stesso decreto legge si prevede la cancellazione per le province con meno di 300mila abitanti, a meno che non abbiano un territorio superiore ai 3000 mila chilometri quadrati.

Stando cosi le cose, in Sardegna verrebbero cancellati circa 120 comuni e 5 province (sarebbe salva Olbia/Tempio, perché supera la superficie di 3000 chilometri quadrati)

Considerato:

  • che il risparmio derivante dalla cancellazione delle giunte e dei consigli comunali sotto i 1000 abitanti riguarda le finanze dello stato italiano, che ha tutti i diritti di agire in tal senso per quanto erogatore dei trasferimenti agli enti locali
  • che il risparmio previsto sarebbe irrisorio, ammontando a poco più di 200 mila euro all’anno
  • che la cancellazione di queste giunte e consigli comunali, senza adeguate contromisure amministrative e finanziarie, comporterà un’accelerazione dello spopolamento delle Zone Interne e del fenomeno di inurbamento selvaggio verso le grandi città, e la conferma del depauperamento in corso nel tessuto identitario, culturale e anche produttivo ed economico a livello locale
  • che la RAS può (già oggi) ed è anche un suo preciso dovere legiferare in materia di enti locali (art. 3, comma b dello statuto sardo)

Proponiamo:

  • l’abolizione delle province;
  • la razionalizzazione nel territorio delle funzioni specifiche (da gestire a livello locale in maniera tecnica e senza la creazione degli ennesimi organismi politici di rappresentanza, spesso fonte di clientelismo e familismo), con una ripresa delle Unioni dei comuni nella forma giuridica precedente al provvedimento regionale che le ha declassate allo status di associazione ma anzi di rendere le Unioni strutturali, non legate quindi alla durata di un mandato, per una pianificazione e gestione più efficienti;
  • che vengano consegnate a questi enti le stesse competenze che oggi hanno le province, funzioni che saranno rappresentate dai sindaci dei comuni collegati, quindi senza il costo delle attuali province e senza costi aggiuntivi;
  • che le giunte ed i consigli comunali che l’Italia vuole cancellare vengano mantenuti e siano finanziati con la trattenuta di circa il 5% dello stipendio dei consiglieri regionali della RAS;
  • che la RAS mantenga la stessa quantità di consiglieri regionali come da statuto e si proceda ad una riduzione degli stipendi rapportandoli alla media europea per pari funzioni.

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