Di Omar Onnis,
Presidente ProgReS – Progetu Repùblica

La consultazione referendaria si è conclusa. Il momento del voto è sempre una circostanza in qualche misura solenne e importante, qualsiasi cosa si pensi delle motivazioni e della natura di questi referendum. Come forza politica responsabile e onesta, non ci esimiamo dal fare alcune necessarie considerazioni in merito.

Il quorum è stato raggiunto e di poco superato. I 10 referendum promossi da Riformatori, da Ugo Cappellacci, e da varie altre componenti degli schieramenti maggiori che occupano le istituzioni sarde, ha raggiunto – almeno in apparenza – il suo duplice scopo: conferire una nuova verginità politica a forze e partiti che siedono sui banchi del consiglio regionale da alcuni lustri (senza molto profitto per la collettività) e – nei loro esiti concreti potenziali – avviare un processo di consolidamento delle posizioni di potere e un restringimento degli spazi di democrazia in Sardegna.

Ma gli esiti di questo genere di operazioni non sono mai così schematici come si vorrebbe e il risultato stesso va analizzato con un minimo di lucidità critica.

Intanto bisogna pur notare che 2/3 degli elettori non ha votato. Il 65% dei sardi con diritto di voto ha preferito ignorare o delegittimare con la propria astensione questa consultazione. Il plebiscito pure evocato dai promotori non c’è stato. È un dato politico che, data la delicatezza di alcune proposte presentate nei quesiti referendari, occorre valutare. In ogni caso, bisognerà evitare che questo risultato complessivo sia piegato dalla classe politica sarda a proprio esclusivo vantaggio.

D’altra parte, sulle questioni più problematiche ed apparentemente favorevoli a una diminuzione dei privilegi, questi referendum non avranno alcuna conseguenza concreta. Il referendum anti-casta organizzato dalla casta sarà in parte reso inutile da decisioni prese a Roma: cosa che i promotori sapevano bene in partenza. Hanno anticipato soluzioni che comunque sarebbero state imposte loro dall’alto (e subite passivamente, come sono abituati a fare). Hanno dunque optato per farsene paladini (fasulli) o depotenziarle con contromisure abilmente mascherate. Le questioni che potenzialmente potrebbero danneggiarli saranno invece serenamente disattese, al solito.

Un altro aspetto da affrontare con la dovuta attenzione è quello relativo all’informazione. La copertura dei mass media su questa tornata referendaria è stata vergognosamente parziale. Al contrario di quanto propagandato dagli organizzatori, alla consultazione è stata offerta la massima evidenza, negli spazi a maggiore visibilità, con un palese appiattimento dei principali canali di informazione sulle tesi dei promotori. Viceversa, non è stata fornita alcuna delucidazione sulla natura dei quesiti, sul loro significato e sulle conseguenze dei loro esiti. Per scendere sul concreto con degli esempi, l’Unione ha parlato per tutta la settimana precedente il voto di “referendum anti-casta”, con una definizione presa pari pari dai proclami degli organizzatori e sparata nei titoli, nei catenacci e negli occhielli degli articoli. La Nuova dal canto suo non ha dato alcuna spiegazione sui quesiti e sul loro significato politico e giuridico; non ha nemmeno dato spazio a opinioni critiche, pure presenti, limitandosi a scarabocchiare un resoconto del dibattito avvenuto su internet, ma ridotto a un assemblaggio di opinioni sparse di privati cittadini, senza citare le forze politiche che hanno comunicato la propria posizione contraria al referendum né gli elementi della società civile (pochi) che hanno fatto sentire la propria voce in merito. Nell’insieme una pagina davvero ingloriosa e ingiustificabile della pessima informazione mainstream sarda. Problema questo che da solo merita di essere costantemente tenuto sotto la lente del senso critico e della vigilanza democratica.

Nei fatti, in sintesi, con questi referendum si concretizza il rischio che l’attuale classe dominante riesca nell’intento (non dichiarato ma evidente) di asserragliarsi nel suo fortino di privilegi e potere fine a se stesso, scongiurando, almeno in parte, il mutamento storico che è chiaramente già in corso. Mutamento di cui si può avere sentore (e chi di dovere lo ha percepito) per esempio attraverso il recente studio dell’università di Cagliari e di quella di Edimburgo sull’indentificazione dei sardi e le loro propensioni politiche generali, ma che si evidenzia anche nel successo di azioni come la raccolta firma per la legge di iniziativa popolare sulla cassa sarda delle entrate portata avanti dal comitato Fiocco Verde col sostegno di ProgReS e la raccolta firme per il referendum consultivo sull’indipendenza della Sardegna promossa da PARIS-Maluentu. Il referendum dei Riformatori, di Ugo Cappellacci e dell’intera classe dominante sarda aveva anche il significato di prevenire queste manifestazioni originate dal basso, depotenziandone e incanalandone più proficuamente per se stessa la spinta a un cambiamento politico radicale in Sardegna.

Eppure le cose non sono così lisce e confortanti come i promotori e i loro sostenitori (molti, a posteriori) affermano. Se facciamo il confronto col referendum sul nucleare dell’anno scorso la distanza a livello di successo partecipativo, di consapevolezza diffusa e di significato democratico è lampante. Lì si evidenzia in modo esemplare la differenza che corre tra un uso davvero democratico e sensato dell’istituto referendario e un uso del medesimo puramente demagogico e truffaldino.

Inoltre occorre fare altre considerazioni puntuali. Per esempio, è evidente che una parte consistente dei cittadini cha hanno appoggiato il referendum rientra nella vasta clientela dei partiti che l’hanno promosso. Tale componente sociale, trasversale ma solida, è legata indissolubilmente alla sorte dei propri patroni, alle fonti dei propri vantaggi: come tale, pronta a mobilitarsi a richiesta. Cosa qualitativamente ben diversa da una vera mobilitazione democratica.

Un’altra parte di chi è andato a votare, invece, è formata da elettori che hanno creduto veramente alle praole d’ordine, alla falsa rappresentazione offerta dai promotori e veicolata acriticamente dai mass media. È andata a votare per rifiuto e odio verso la classe dominante e i partiti maggiori, sollecitata dalla propaganda nella parte più istintuale della propria coscienza politica, esposta alle lusinghe di una soluzione all’apparenza immediata e risolutiva come quella referendaria. Questa parte dell’elettorato è una porzione sana e responsabile della cittadinanza, che forse ha solo bisogno di essere meglio informata e di ricevere gli strumenti critici per evitare d’ora in poi di essere raggirata, usata a proprio piacimento da quelle stesse forze contro cui si è illusa di aver votato. Le forse dominanti che ne hanno sfruttato il malcontento faranno male i propri conti se riterranno di averla anestetizzata per sempre con questo contentino illusorio.

Va data infine una lettura politica complessiva. Questo referendum, al di là dei proclami, è la dimostrazione storica, pratica, del fallimento epocale della classe politica sarda e dell’autonomia regionale. Benché i promotori e i saltatori sul carro del vincitore sapranno vantarsi del risultato e cercare di lucrare sul medesimo, è chiaro che affidare a una consultazione popolare come questa i compiti e le responsablità per cui gli stessi promotori sono lautamente retribuiti nelle istituzioni che continuano a occupare, più che il loro trionfo segna il punto di non ritorno della loro inadeguatezza e della loro pericolosità politica. Specie laddove gli stessi soggetti non sprecano un grammo della loro energia e della loro residua influenza per dedicarsi a questioni ben più pressanti e concrete, come la vertenza entrate, la questione dei trasporti, l’inquinamento da servitù militari e industriali, la disarticolazione della scuola, lo spopolamento di vaste aree dell’Isola. Di questo gli alacri promotori di referendum non si occupano affatto, pur essendo preposti a farlo. Non ci vorrà tanto a comprenderlo, per la parte più sana dell’elettorato che ha votato i referendum.

In ogni caso, come detto all’inizio, bisogna tener conto del dato che la grande maggioranza dei sardi, nonostante tutto, o si è disinteressata a questa operazione di maquillage trasformista, o ha ritenuto non opportuno sostenerla. Ciò significa che tutto sommato lo spazio per la politica vera, quella fatta di impegno sul territorio, studio, ricerca delle soluzioni, confronto democratico e azione istituzionale non è stata affatto rimossa. È su quel terreno, a cominciare dalle prossime amministrative, che veramente si potrà cambiare qualcosa, al di là degli slogan e delle operazioni di manipolazione dell’opinione pubblica da parte della classe dominante sarda. È lì che si annida la concreta speranza di costruire una politica diversa per la Sardegna e una prospettiva di rigenerazione collettiva profonda e duratura. Anche a proposito della necessità di rivedere l’assetto complessivo delle amministrazioni locali ed degli enti intermedi, necessità di cui ProgReS si è fatto portavoce e promotore in tampi non sospetti, al contrario di molti che oggi vantano un successo in realtà problematico. Su quel terreno, con questi fondamenti etici e politici, per tutti i sardi, per il nostro presente e per il nostro futuro ProgReS c’è.